Come allenare i portieri a Singapore: adattamenti della metodologia italiana

Insegnare ai portieri di Singapore a parare, portando la scuola italiana in un contesto totalmente diverso: è stata la sfida di Fabio Patuzzi, ventisettenne di Brescia che nel 2016 si è trasferito nel paese del sud-est asiatico per lavorare con i portieri di Milan Academy.

Fabio, qual’ è stato il tuo percorso nel mondo del calcio?

Ho iniziato a giocare fin da piccolino, quando avevo 4-5 anni. Ai tempi venni visionato da Giovanni Valenti che mi portò a fare un paio di provini per l’Atalanta ed il Lumezzane. Venni preso dalla società bresciana dove rimasi per 10 anni, arrivando fino alla Beretti. Da lì fui mandato prima al Mantova in Serie D e poi giocai due anni in Promozione. In seguito, tuttavia ho perso le motivazioni, avvicinandomi al tempo stesso al ruolo di preparatore dei portieri.

Come ti sei avvicinato al ruolo?

Ho iniziato veramente giovane a collaborare con una società dilettantistica bresciana, l’ADC Mario Rigamonti. Già a 17 anni iniziai a supportare qualche preparatore portieri con più esperienza, venendo anche impiegato nei camp estivi. Fino al 2016 ho lavorato poi nel settore giovanile del Brescia.

Da lì l’opportunità all’estero, a Singapore…

Esatto. Un mio vecchio allenatore di quando ero al Lumezzane lavorava come responsabile per Milan Academy. Mi informò della possibilità di svolgere un’esperienza nel paese asiatico. Dopo un colloquio a Casa Milan trovammo un accordo e nell’ agosto del 2016 presi l’aereo che mi avrebbe catapultato in questa avventura.

Dopo quasi venti ore di volo totali arrivai a Singapore e da lì a due giorni iniziai ad allenare nell’academy.

Com’ era organizzato il tuo lavoro?

Mentre per i giocatori di movimento le proposte degli allenatori si attenevano in maniera meticolosa alle linee guida del Milan, per me che allenavo i portieri vi era una maggiore possibilità di avere carta bianca. In questo senso ho provato a portare le mie idee, sperimentando.

Ero responsabile dei portieri dagli Under 8 agli Under 19, e tutti i giorni lavoravo con fasce di età diverse.

Le sedute si svolgevano dal martedì al sabato mattina, con il lunedì libero. La domenica si giocavano i campionati dei vari team ed il mio compito era quello di supportare i mister dell’academy: 3 allenatori italiani e due locali, adeguatamente formati.

I ragazzi coinvolti nel settore giovanile erano quasi 200 e le gare erano contro squadre locali, accademie private e scuole.

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Come hai impostato il tuo lavoro con i portieri locali?

Partiamo dal presupposto che una scuola portieri a Singapore è praticamente assente. Mancano le basi tecniche, vi è poca cultura del lavoro e spesso, soprattutto i più giovani, preferiscono giocare fuori per avere la possibilità di segnare.

Inizialmente, devo ammetterlo, non è stato semplice.

Ecco che soprattutto con i più piccolini, diciamo dagli U12 in giù ho cercato di dare un taglio ludico-coordinativo alle sedute, cercando di farli appassionare al ruolo.

Con i più grandi ho invece lavorato sull’ introduzione ed il consolidamento delle basi tecniche, aiutandoli a leggere la gara. È stato un lavoro difficile ma stimolante riuscire a trasmettere la metodologia che utilizzavo in Italia in un contesto tanto diverso.

In questo senso ho dovuto mettermi in discussione, cercando di scomporre dei gesti tecnici per poterli proporre ai giocatori. È stato importante adattare, inventare cose nuove o addirittura attingere da altri sport.

Che tipo di rapporto hai instaurato con i portieri che allenavi?

Considera che a Singapore ci sono un gran numero di expat e famiglie trasferite e di conseguenza anche i numeri 1 che allenavo provenivano da paesi differenti. Oltre ai locali da noi si allenavano svizzeri, americani, svedesi ed inglesi: un mix di culture e scuole diverse di interpretare il ruolo.

Con tutti utilizzavo l’inglese. Con alcuni di loro si è creato veramente un bel rapporto di stima ed affetto. Un aneddoto? I primi tempi, allenavo un ragazzino svizzero. Il mio inglese era veramente basico, e lui mi disse: “mister, tu mi insegni a fare il portiere, io ti insegno l’inglese”. È stato uno scambio bellissimo che ricordo con piacere. In tal senso dopo un mese di ambientamento sono riuscito a farmi capire, rispettare e trasmettere le mie idee sia in campo che fuori.

Com’era la tua vita fuori dal campo?

Singapore è uno stato/città all’ avanguardia. Pulitissima, vivibile, con trasporti efficienti, dove regna un grande rispetto tra le persone. Vi è infatti un grande mix di etnie, in un ambiente multiculturale. È una città con 5 milioni di abitanti, che per gli standard asiatici è relativamente “piccola”.

È cara, quello si, ma gli stipendi sono mediamente proporzionali al costo della vita. Io e gli altri due mister italiani condividevamo un appartamento in un residence a pochi chilometri dal campo. Ognuno aveva la camera ed un bagno privato, condividendo cucina e salotto.

In quei mesi non mi sono fatto mancare niente e sono stato veramente bene.

Poi nel 2017 la decisione di tornare. Com’ è proseguita la tua avventura nel mondo del calcio?

Nella stagione successiva ho avuto l’onore di ricevere una chiamata come allenatore dei portieri della prima squadra dell’Avellino, che affrontava la Serie D dopo il fallimento. Un’altra esperienza bellissima in una piazza importante che vive di calcio. Nella città campana mi sono sentito a casa e spesso giocavamo davanti a 7-8 mila persone. Quando abbiamo vinto il campionato allo stadio c’erano 12000 persone.

Ora invece sto allenando nella mia Brescia, al Calvina, in Serie D, in prima squadra.

Quali sono a questo punto i tuoi obiettivi per il futuro?

Il mio sogno è quello di poter allenare, al momento giusto, i portieri di un club professionistico importante. In questo momento sono consapevole dell’importanza della gavetta e di lavorare investendo giorno dopo giorno su di me. L’obiettivo è di arrivare fra qualche anno in qualche club di un certo livello, per poi rimanerci.

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