La metodologia Fil Rouge: Mauro Giussani ci guida alla scoperta del calcio giovanile svizzero

La Svizzera negli ultimi 15 anni ha conosciuto una crescita esponenziale in termini di qualità dei propri settori giovanili e delle modalità di lavoro con i giovani. Non è un caso che la piccola nazione elvetica da più di un decennio riesca puntualmente a qualificarsi per le grandi manifestazioni internazionali, e sforni, stagione dopo stagione, giovani talenti che si rendono poi protagonisti nei principali campionati d’Europa.

Da dove parte questa grande crescita di tutto il movimento? In che modo la Svizzera ha saputo uniformare e dare continuità ad un metodo di lavoro che le ha permesso di diventare ormai una vera e propria potenza mondiale a livello calcistico?

VIAGGIO CALCISTICO ha incontrato Mauro Giussani, ideatore della metodologia Fil Rouge, diplomato UEFA, e istruttore per la Federazione Svizzera, ha partecipato fin dalla fase test all’introduzione della metodologia d’allenamento imposte dalla federazione ai club professionistici, idea che sta alla base del fenomeno elvetico. Una figura professionale importante che ci guida alla scoperta della metodologia di lavoro utilizzata dal Team Ticino, associazione che gestisce e rappresenta il calcio giovanile professionistico nella regione della Svizzera di lingua italiana e del quale Giussani è responsabile metodologico delle categorie che vanno dalla U12 alla U18.

Mauro, quale è stato il tuo percorso che ti ha portato ad essere un formatore ed un metodologo di altissimo profilo?

La mia carriera da allenatore inizia ormai 34 anni fa, con i ragazzini. In questi anni ho allenato un po’ in tutte le categorie, fino a lavorare un biennio con una prima squadra della Prima Lega. Col tempo mi specializzai nel biennio U14-U15. Mi rendevo conto che la gara ed il risultato avevano sempre meno importanza per me. Mi affascinavano sempre più le diverse metodologie di lavoro. Cercavo di capire di volta in volta quale poteva essere il percorso migliore per i ragazzi con cui mi trovavo ad interagire.

L’aspetto metodologico nella mia visione stava diventando centrale. In questa evoluzione iniziai, dopo aver sperimentato per qualche anno la metodologia proposta dalla Federazione Svizzera, ad elaborare la medesima in modo che si adattasse in modo specifico al contesto e alle necessità della nostra regione, da lì ebbe inizio la prima versione di Fil Rouge

Da dove parte questa idea condivisa?

Circa 14 anni fa. La federazione voleva far crescere tutto il movimento. Si voleva trovare un sistema che potesse essere applicato realisticamente e concretamente dai club del paese. Iniziammo a sperimentare. In un tempo relativamente breve la federazione iniziò a sostenere i club, supportandoli ed offrendo una formazione condivisa ai diversi allenatori di settore giovanile.

Venivano date delle linee guida. Delle indicazioni. E la federazione controllava concretamente, andando sul campo, che tali indicazioni venissero rispettate. Il lavoro veniva comunque vagliato centralmente. Poi appunto, ogni società aveva una libertà di manovra, adattando le linee guida alle caratteristiche e alla storia del proprio club, ma comunque all’interno di un percorso condiviso.

Poi nel 2012 un’ ulteriore evoluzione…

Esattamente. Sia a livello personale che metodologicamente parlando. Personalmente iniziai a lavorare come allenatore e responsabile della Academy Ticino, della federazione e responsabile tecnico delle categorie pre-formazione del Team Ticino, per poi in seguito diventare metodologo e istruttore ASF nei corsi di formazione degli allenatori svizzeri. Tra 2012 e 2013 nasce inoltre il metodo Fil Rouge.

Parlaci del Fil Rouge, una metodologia sempre più conosciuta ed apprezzata in ambito europeo.

L’idea parte da un assunto ed un obiettivo di base: semplificare il lavoro degli allenatori, mettendo al centro il giocatore, migliorando l’efficacia delle proposte.

In internet al giorno d’oggi si possono trovare migliaia di proposte, ma un allenatore, soprattutto di settore giovanile, non può copia-incollare un’ esercitazione. Non può funzionare così. Ogni gruppo, ogni singolo ragazzino è diverso. Ha bisogno di stimoli, spazi e tempi differenti per poter evolvere, ottimizzando le peculiarità che già porta dentro di sé.

Ecco che il concetto base è di trasmettere agli allenatori una metodologia che possa essere accomunata da un filo conduttore, che possa essere replicabile, che possa permettere al giocatore di ritrovarsi indipendentemente dal mister di turno, ma che al tempo stesso sappia esaltare, stimolare ed allenare squadre, età, valori e caratteristiche diverse. Questo è il cuore del progetto. Gli esercizi in sé contano poco. Conta il contenuto.

Provi a spiegarci nel dettaglio i concetti del Fil Rouge?

Il metodo si basa su pochi esercizi di riferimento e sulla relazione fra di essi.

In tutto vengono proposte non più di 16 esercitazioni di base all’interno di un lavoro che coinvolge il giocatore per 8-9 anni. I 4 concetti che caratterizzano ogni proposta sono il possesso, il non-possesso, le transizioni e il principio base di creare ed occupare costantemente spazio.

Nell’esercizio madre ed in quello di riferimento si lavora contemporaneamente su queste quattro fasi. In questo contesto, unendo le esercitazioni, proponendo delle varianti, aumentando o diminuendo gli spazi riusciamo a lavorare costantemente su quello che ci interessa lavorare. È appunto qui la base del metodo. Pochi esercizi. Condivisi. Codificati. E per certi versi replicabili. La differenza e la bravura dell’allenatore quindi dove sta? Nel far crescere l’esercizio in relazione alle necessità dei ragazzi e proporsi con un coaching idoneo al contenuto e agli obiettivi dell’esercizio, non tanto all’esecuzione dell’esercitazione. Nel rendere protagonista il giocatore. Nel capire quale è il percorso ideale per lui in un determinato momento. Comprendere cosa serve al ragazzo. Di quale proposta necessita, con quali spazi, con quali tempi, con quali varianti, le quali corrispondono alla reale crescita del giocatore.

E poi la cosa più importante: la nostra è una metodologia “aperta”. Non esiste una metodologia perfetta e vincente a prescindere. Ognuna può essere valida se ci si crede, se la si fa evolvere ogni anno. Occorre adattarla però all’ allenatore ed ai suoi ragazzi. Ogni metodo se rimane fermo è un metodo morto. Deve adattarsi, evolvere al cambiamento della società, del calcio e dei ragazzi.

Un esempio emblematico? Nei nostri progetti il primo mese proponiamo tutti la stessa esercitazione indipendentemente dalla rosa e dai singoli. Bene. Se torni dopo tre mesi a vedere le nostre squadre, vedrai che ogni squadra pur mantenendo l’anima degli esercizi di riferimento del Fil Rouge, avrà negli stessi spazi, richieste e varianti diverse, al punto tale da riconoscere in minima parte l’esercizio originale, ma mantenendo gli obiettivi, proprio perché la squadra ed il singolo hanno avuto evoluzioni differenti partendo dalla stessa base.

(Per approfondimenti: www.filrogeswiss.com)

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Credi che questa metodologia possa essere applicata ad un contesto differente da quello svizzero?

Certamente, a patto di adattarla al contesto. Occorre considerare il numero di allenamenti settimanali, l’orario di allenamento, la durata della seduta, la cultura della squadra a cui si propongono i contenuti. È fondamentale comprendere cosa serve al ragazzino che si sta allenando per migliorarlo. In che modo farlo esprimere al meglio. Gli allenatori in tal senso devono essere figure che capiscano il ragazzo e lo aiutano a progredire, indipendentemente dal contesto in cui si lavora.

E poi serve entrare nella testa dei ragazzini, Comprendere come ragionano.

Spiegati meglio…

…Prova a chiudere gli occhi. Immagina.

Se io metto quattro cinesini equidistanti tra di loro cosa vedi? Io rispondo…vedo un quadrato.

Bene. Se io metto un cinesino all’interno del quadrato? Io vedo un quadrato con dentro un cinesino.

Bene. Sai cosa vede invece un ragazzino all’interno di questa struttura?

Vede quattro quadrati.

Per un attimo ci penso su…Giussani prosegue…

Noi allenatori tendiamo a dare costantemente riferimenti e a trasferire loro il nostro pensiero, considerando poco il loro punto di vista. E costruiamo le esercitazioni in base a quello cui crediamo. Ma diventa fondamentale il concetto della visualizzazione, di quello che percepiscono i ragazzi che si muovono all’interno degli spazi della proposta.

Ora poniamo di mettere un’ ulteriore cinesino in uno dei quattro quadrati che può visualizzare il giocatore. Cosa succede?

Succede che ho creato delle zone di maggiore e minore confort all’interno della stessa struttura di gioco. Dove vi è più spazio (nei quadrati grandi) il ragazzo può pensare diciamo, con meno stress, rispetto ai quadrati più piccoli. Mettiamo che diamo un imput di giocare a tre giocatori. Ad ogni controllo occorre uscire dal quadrato in cui si riceve. Ecco che negli spazi più grandi, aumentano i tempi di reazione, che invece diminuiscono in quelli più piccoli.

Immagina ora di aggiungere altri tre giocatori che contemporaneamente fanno la stessa proposta. Devono evitare di scontrarsi fisicamente o con i palloni. Il ragazzo deve costantemente visualizzare, prendere informazioni, spostarsi negli spazi liberi, aumentare o diminuire la velocità di esecuzione in base a dove si trova. Ogni passaggio è diverso. Ogni controllo è differente. Lo stesso esercizio potrà però adattarsi autonomamente a giocatori diversi, senza fare differenze, dando a tutti la possibilità di progredire e migliorarsi. Sono i ragazzi che decidono, vedendo. Così non do importanza all’ esercizio, ma alla sua efficacia.

Cosa pensi delle esercitazioni analitiche?

Credo che nella stragrande maggioranza dei casi non allenino la realtà. Vedi ad esempio un gioco che facevamo noi da bambini (e che tuttora tanti allenatori di settore giovanile riterrebbero ancora valido). Il passaggio a muro.

Il ragazzo dovrebbe calibrare la potenza del calcio per permettere al pallone di tornare a lui. Ma è un’ esercizio senza variabilità. Se dopo un mese al posto del muro metto un compagno, forza e precisione per trasmettergli il pallone non sono efficaci. Senza contare quando inserisco avversari, movimenti, tempi e spazi.  Lo stesso il palleggio. Non succede mai di vedere in partita un giocatore palleggiare. Spesso lo si propone come convenzione, perché si è sempre fatto così. Queste proposte non servono al calcio applicato, ma semmai alla tecnica ludica pura. Può essere un modo per auto-sfidarmi, per correggere me stesso.

In tal senso, ad esempio, ad inizio allenamento proponiamo degli “analitici giocati”. Ad esempio un controllo e passaggio in forma dinamica e variabile, dove vi sono elementi di disturbo e dove tempi e spazi cambiano costantemente. L’esercitazione precedente ne è un esempio: si gioca a gruppi di tre, ogni passaggio è quindi contestualizzato in una situazione dinamica, è diverso, e lo spazio è determinato dagli altri.

Come sta il calcio giovanile in Svizzera?

Molto bene. Abbiamo tanti giocatori in club importanti all’estero. La nazionale si qualifica da oltre un decennio a Europei e Mondiali.

I settori giovanili sono ben organizzati. Siamo una nazione piccola, si rende quindi necessario lavorare nel dettaglio e farlo bene. Cerchiamo di non lasciare nulla al caso, curando la qualità dei nostri formatori e aggiornandoci di continuo. Serve continuamente fare uno sforzo nel seguire e curare l’evoluzione dei ragazzi, i rapporti con le scuole e con le famiglie.

Inoltre ci siamo resi conto che siamo rispettati e considerati anche a livello internazionale. Spesso siamo chiamati, coinvolti e studiati da altre federazioni e questo è motivo d’orgoglio per tutto il movimento.

Chiudiamo con una domanda sugli allenatori elvetici. Com’è il livello attuale?

Negli ultimi 15 anni il movimento è cresciuto tantissimo e la qualità e la formazione media sono aumentati. Qui in Svizzera si parte da un assunto. Per allenare, soprattutto nel settore giovanile serve formazione: qualifiche e diplomi. Hai giocato 300 partite in Serie A? Non hai mai giocato? Tutti partono dallo stesso punto, non ci sono differenze, il cognome, le conoscenze passano in secondo piano rispetto alle tue capacità.

I confronti metodologici sono continui, la formazione è ben strutturata. Poi è chiaro che la differenza la fa la capacità che ha il tecnico di saper trasmettere i concetti, magari evolvendosi, approfondendo e specializzandosi in relazione ad una specifica categoria ed età.

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